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Blockchain sopravvalutata?

La blockchain forse è troppo sopravvalutata. A pensarla così è sicuramente il Governo australiano. Nei giorni scorsi attraverso la propria Agenzia per la trasformazione digitale (Dta) e alla fine di uno studio durato un paio di anni e costato mezzo milione di euro avrebbe concluso che questa tecnologia non è ancora pronta per essere finanziata. Come dire, nel breve, meglio investire su altro. «In realtà – commenta Tom Lyons al Sole 24 Ore – la Digital Transformation Agency ha riconosciuto che si tratta di una tecnologia interessante, ma evidentemente ancora non vede applicazioni utili. Al contrario – aggiunge il direttore della ricerca di Consensys – sono molti che credono nella blockchain tra cui moltissime istituzioni governative come ad esempio l’Unione europea che ha già investito 80 milioni di euro sullo sviluppo di progetti di database distribuiti e si è detta pronta a mettere sul tavolo altri 340 milioni di euro da qui al 2022».

Tom Lyons non è una voce fuori dal coro, ma un integerrimo storyteller di questa dibattutissima tecnologia. Ex colletto bianco di Wall Street alle prime avvisaglie si è convertito alla blockchain per poi diventare direttore di una organizzazione globale che si propone di «costruire e diffondere infrastrutture, applicazioni e pratiche che abilitano un mondo decentralizzato». Un divulgatore interessato, quindi.
Consensys è di parte, nel senso che appartiene alla “banda” di Ethereum , una delle numerose declinazioni di questa nuova promessa di cambio di paradigma. Per spiegare in modo semplice la differenza con gli altri sistemi possiamo dire che, se con blockchain intendiamo una piattaforma per “database distribuiti“, Ethereum è una piattaforma per “computing distribuito”. Il progetto nasce e si sviluppa come una blockchain pubblica nella forma di piattaforma di distributed computing open source. Non è solo una moneta digitale, ma è stata concepita per sviluppare progetti tecnologici, per favorire lo sviluppo di nuove criptovalute, che per l’appunto si appoggiano nella fase di startup(Ico) sulla rete Ethereum. «Se pensiamo a casi di successo ovviamente c’è bitcoin – insiste Lyons – e ricordo che celebrerà il suo decimo anniversario a gennaio. In termini di casi d’uso non legati alle criptovalute, invece quello più interessante è quanto avvenuto in Svizzera, nella città di Zug, dove è stata adottata con successo la blockchain per il primo voto elettronico consultivo».

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In realtà anche nella cittadina giapponese di Tsukuba ci sono sperimentazioni in questo senso. Altri casi sporadici in Colombia e Danimarca. Non tutti sono andati bene. Anzi, come ha commentato l’Ocse restano nodi legati alla cultura, alla digitalizzazione, al codice che deve essere open source per essere trasparente e a prova di hacking. A monte, in politica come negli altri settori, l’ostacolo è l’accettazione in termini di nuovi regolamenti che il vecchio mondo centralizzato deve attuare nei confronti del nuovo de-centralizzato. I nodi però non sono solo di natura regolatoria. Per quanto non esistano nemici veri della blockchain è diffuso un sensato scietticismo sulla possibilità di usare questo tipo di rete per risolvere tutti i problemi del mondo. L’unico a essersi posto in modo frontale contro questa tecnologia è stato l’economista Nouriel Roubini che avrebbe definito la blockchain una tecnologia inutile e sovradimensionata. Ma in realtà le sue critiche si sono concentrate sulla poca scalabilità di bitcoin. Ricoridamo che in effetti il codice alla base è rimasto quasi immutato per otto anni, trascinandosi dietro i limiti del periodo. Secondo Lyons qualcosa cambierà davvero quando anche i regolatori avranno più convinzione.

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