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Dai bitcoin alla salute, la blockchain entra in sanità

La prima a sperimentare la tecnologia blockchain in sanità sarà Piter, la piattaforma dell’Istituto superiore di sanità sulle epatiti virali, cosicchè tutti gli epatologi e infettivologi potranno disporre della più grande casistica di ricerca clinica in materia, con i dati di più di 10 mila pazienti e cento centri clinici.

Di blockchain, piattaforma per la gestione di transazioni e scambi di informazioni e dati mutuata dall’universo delle cosiddette “criptovalute” (tipo bitcoin, per intenderci), e delle sue applicazioni in sanità si è discusso lunedì 12 novembre all’Istituto superiore di sanità in un convegno dal titolo “BlockChain in sanità: sicurezza, trasparenza e democrazia dei dati”.

La tecnologia blockchain «altro non è che un registro decentralizzato – spiega Stefano Vella, direttore del Centro per la salute globale dell’Iss e promotore del convegno – di cui ogni centro detiene una copia e ogni volta che un dato viene modificato, la modifica viene riportata su tutte le copie della rete con un doppio obiettivo: avere sempre una copia aggiornata di tutti i dati in ciascuna sede e identificare immediatamente eventuali attacchi a uno dei database che, pur essendo riconosciuto come “differente” dalle altre copie, può essere congelato senza impedire che gli altri centri lavorino in sicurezza».

Mettere Piter sotto blockchain «rappresenta un passaggio pionieristico – sottolinea Walter Ricciardi, presidente dell’Iss – il primo esempio italiano di “democratizzazione” di un database sanitario di cui i centri specialistici afferenti al progetto condivideranno e utilizzeranno i contenuti, secondo una metodologia che garantisce ai centri la massima trasparenza, ovvero una sorta di proprietà condivisa in cui ogni modifica apportata viene vista in tempo reale da tutti, e assicura al tempo stesso ai cittadini privacy e incorruttibilità dei dati dall’esterno».

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«Siamo in una congiuntura favorevole, in cui il sistema sanitario chiede aiuto all’innovazione per essere sempre più efficiente e i cittadini desiderano essere sempre più sicuri, meglio informati e più partecipi nella gestione delle informazioni che riguardano le proprie malattie» osserva Massimiliano Barawitzka, Advisor di McCann Health, esperto di innovazione nel mondo della salute. «La blockchain non è una panacea che risolve da sola tutte le sfide della interoperabilità dei dati – aggiunge – ma è sicuramente un percorso da intraprendere da subito con una serie di “cantieri” che costruiscano soluzioni misurabili in tempi brevi. Basti pensare a tutti quei sistemi che aiutano i pazienti a essere più aderenti alle terapie, alla ricerca clinica, alle terapie cosiddette “avanzate” e alla medicina personalizzata. Anche la ricerca può beneficiare di questa tecnologia».

«La nostra idea non è di “vietare” l’utilizzo delle informazioni personali a scopo di ricerca – dice Antonio Gaudioso, segretario generale Cittadinanzattiva – ma di avere visibilità e trasparenza su chi le utilizza e a che scopo, dietro un esplicito consenso informato, fornendo possibilmente anche un ritorno a chi mette a disposizione in modo consapevole le proprie informazioni sulla salute rinforzando così un’alleanza tra ricercatori e cittadini che fa bene a tutto il sistema».

Al convegno era presente anche John Halamka, professore alla Harvard University di Innovation in Medicine, uno dei “guru” della tecnologia blockchain applicata al mondo della salute: «Sono numerosi i progetti ambiziosi che promettono soluzioni al problema dello scambio dei dati dei pazienti ogni giorno, ma in realtà – avverte – bisogna saper distinguere tra ciò che è fattibile sin da oggi e ciò che resta una soluzione solo in teoria e personalmente tendo a non considerare tutte quelle iniziative che non hanno un vero prodotto alla base, non portano un business plan credibile e che non analizzano bene il vantaggio intrinseco nell’affiancare questa tecnologia a quanto di buono già c’è nella sanità digitale».

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